E' difficile e meraviglioso vivere in questa città

martedì 9 novembre 2010

Da Roma a Gerusalemme ( Racconto tratto dal libro di Costantino Liquori " Gli altri siamo noi")

Mi accorgo, m’immagino, ho bevuto e bevuto, anche stasera. Sto reggendo con le mie spalle il muro di un palazzo che si muove troppo. Accade in una strada senza uscita di un quartiere scartato per decenza dalle mappe, il regno delle blatte e delle merde infette di piccione. Si tratta di una virgola scappata da me in seguito a un conato troppo forte e scivolata sotto una montagna di rifiuti, soffocata nel profondo di un cassonetto che puzza di morte, mischiata alle interiora decomposte di un pollo, e a tutto quello che l’inquilino di un terzo piano ha rigettato dopo la cena. Nome  e cognome di quell’inquilino conosco bene. Questa unica virgola, la mia in fuga, è rimasta seppellita nel buio e nello schifo, è quasi morta, non si muove, pare che s’è arresa, sembra un lombrico schiacciato da una scarpa, agonizzante. Comincia a piovere, come succede di solito quando mi esagero, l’acqua dilaga e scorre, s’insinua nella mondezza, la inzuppa. La virgola fradicia è scossa da un brivido, si muove, si contorce, reagisce. A fatica si scuote di dosso gli avanzi di cibo decomposti, i brandelli di carne masticata e sputata, la poltiglia di vomito che la riveste ed a fatica si arrampica su, verso l’aria meno fetida, verso la salvezza. Ora è sul ciglio del cassonetto e prova a respirare profondo, ma è sfinita. Io la guardo appoggiato al muro mentre sono impegnato nel sistematico avvelenamento dell’interno di me, la vedo nel buio che si contorce, che cerca di trovare un’ultima energia. Non si tratta di un verme, è una virgola, proprio e di sicuro. Mi osserva anche lei e mi odia. Che vita di schifo le ho offerto io !
Fra me e lei, il lombrico mezzo morto, ci si mettono due spalle alte e secche, un grosso gomitolo di capelli folti e neri e luridi assai. Ha intenzione di prelevare dalla mondezza quello che trova e quello che gli spetta per rimandare la sua dipartita. Affonda a piene mani, barcolla, si aggrappa al bordo del cassonetto, sfiora con la bocca la virgola, che non vede l’ora, ch’è resuscitata per questo. S’inarca il verme, e con un guizzo improvviso preso alla disperazione, la virgola gli guizza in gola appena la bocca si apre costretta dallo sforzo e dalla fame. Oppure per un semplice rutto. Ingoia spaventato, si tocca la gola, si alza sul suo grande e secco tronco, si sorprende, si chiede, si gira verso di me cercando una conferma. Ch’è successo, che diamine ha ingoiato ? Ha gli occhi lucenti e tutti i denti in fila, in parata, sorridono e non sanno il perché. Mi guarda ed è sorpreso, mentre io reggo il palazzo alle spalle di me. Parla, mi parla.
-          Ho ingoiato un pensiero? –
Assomiglia all’eroe degli oppressi, sembra il guerriero cubano, è addirittura più grande e più dritto.
-          Tutto è cambiato, il fegato, le mani –
Io sono senz’altro ubriaco, senza ombra di dubbio, il mio muro continua ad ondeggiare, ma non trovo la perfidia di dirglielo. Una virgola s’è ingoiato, una stupidaggine inventata da me. Io che gli intravvedo addosso persino una voce diversa.
-          Ho un’altra gola, ho il coraggio. Perfino riesco a capire! -
E’ quasi l’alba, mi spinge con lui sulla riva del fiume, dov’è il suo rifugio, dove la sua povera roba stà lì e impaurita lo attende. Un materasso lurido, coperto da quella che una volta era stata una tenda da campeggio. Una palla di stracci annodati insieme, una candela inservibile, vinta dall’umidità del fiume, una bottiglia vuota e un vecchio libro sulla cui copertina trionfa l’immagine deceduta dell’eroe cubano rosicchiato dai topi, vittima dell’urina di qualche altro senza tetto di passaggio. Poco distante, appollaiate sul marmo bianco troppo antico e logoro, altre tre figure sedute o imbalsamate, non esattamente vive, molto immobili e avvolte in una pelle di stracci. Il fiume è gonfio e di cattivo umore, sbatte e tormenta un’attracco di legno e ferro marcio e piegato dal continuo scorrere impietoso. La luce arancione di qualche lampione rimasto intatto, della città i riflessi sull’acqua, il grigio sporco del fiume e di un’alba che stenta ad arrivare. Prende il suo libro e mi porta a sedere sul bordo del fiume tenendomi sempre gli occhi lucenti attaccati addosso. Sembra avere inghiottito la verità rivelata. Ride. Ride nel fracasso dell’acqua. Il mio alcolico umore aumenta con lui, la storia si dipana nelle mie budella, gorgoglia.
-          Sono venuto in pellegrinaggio, dovevo andare a Gerusalemme a incontrarlo, a vedere il Nazzareno, a toccarlo. Cos’è che ho ingoiato ? Tu hai visto? –
Io ho solo le certezze di un delirio mio privato.
-          Hai ingoiato una virgola agonizzante, ma forse non è stato un caso. Ti ha scelto lei, per dispetto –
Non riesce a sentirmi avvolto dal fracasso dell’acqua?
-          Il mio pellegrinaggio si è interrotto qui, sotto una città nemica, nel nulla e nella fame, davanti a fratello fiume. Tu lo sai, tu mi vedi, adesso mi trovo una parte di me che non è mia, che con me non c’entra. Adesso capisco ogni parola di questo libro. Prima non sapevo leggere nemmeno, prima non sapevo neanche la tua lingua. Che faccia ho? –
La minaccia dell’alba è su di noi, lui ha fretta di spiegarmi, si toglie la maglietta e la regala al fiume.
-          E’ il momento di andare –
-          Ma dove, ma come? –
-          A Gerusalemme, con questa faccia mi riconoscerà e mi parlerà di sicuro, io e lui siamo dalla stessa parte. C’arriverò accompagnato dal fiume –
-          La virgola! Ti credi il cubano ? –
-          Lo sono, ho anche combattuto, sono io –
-          Moltissimo ! -
Ernesto Che Guevara ce l’ho davanti, i suoi occhi lucenti non possono mentire, vedo i buchi dei proiettili sul torace nudo e sulla pancia, riconosco il suo coraggio e la sua determinazione stampati sulla faccia scheletrica.
Il fiume s’è gonfiato di più, la città comincia a rumoreggiare sopra la nostra testa, oppure è il vento. Gli autobus e le ambulanze, le ambulanze e gli autobus. I semafori rossi. Le tre figure si liberano dagli stracci e s’avvicinano alle cose del cubano, le scelgono, se le vogliono spartire, rovistano nei suoi avanzi. Io mi chiedo come mai il mio delirio alcolico sia capace di costruire una storia così assolutamente assurda. Affondo la mano nella tasca e recupero l’unica e solitaria lucidità che m’è rimasta per caso.
-          Non farlo, non devi, non puoi –
Lui è già nel fiume, lui scompare nei gorghi, lui è in viaggio verso Gerusalemme, per incontrare il Nazzareno.
Ma il lombrico non s’è gettato nel fiume, sento solleticarmi una gamba, la virgola sta risalendo me, sta tornando dal suo padrone legittimo.

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